COSA ACCADEVA AI PRIGIONIERI UNA VOLTA RIENTRATI IN PATRIA?

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Rimpatrio di prigionieri

Con il termine del conflitto mondiale centinaia di migliaia di italiani sparsi per campi di prigionia in vari continenti fanno ritorno a casa. Il rimpatrio non segue le stesse tempistiche, tanto meno le stesse dinamiche e gli ultimi militari ex prigionieri tornano in Italia circa due anni dopo la fine della guerra.

La situazione in patria è disastrosa: la penisola è devastata dagli effetti della guerra, due dei quali segnati – nel settentrione – dall’occupazione nazista e dalla guerra civile. Accanto agli sconvolgimenti materiali vi sono poi quelli politici. I militari italiani erano partiti per ordine del Duce e per il prestigio della monarchia, ed ora tornavano nell’Italia del Comitato di Liberazione Nazionale, del partigianesimo, del referendum istituzionale e delle prime elezioni libere dopo oltre 20 anni di dittatura; si trattava in sostanza di tornare ad una realtà radicalmente diversa da quella che ci si era lasciati alle spalle. Al di là degli sconvolgimenti di questa portata, le aspettative personali di quanti tornano dai campi inglesi, americani o francesi sono le più diverse, ma potremmo dire caratterizzate da alcuni punti in comune: la volontà di ritornare alle proprie case e di vedere in qualche modo riconosciuto il sacrificio di una prigionia lunga e più o meno sofferta.

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Per il Governo italiano dell’immediato dopoguerra l’arrivo di tanti reduci rappresenta una questione complicata, tanto per motivi materiali, cioè legati alla scarsità di risorse da impiegare, quanto per considerazioni sociali e legate alla gestione dell’ordine pubblico: spaventa il possibile fenomeno del reducismo. Quei soldati rappresentano inoltre il simbolo della vecchia Italia e delle sue guerre d’aggressione, di qualche cosa insomma che è necessario dimenticare nel modo più silenzioso possibile. Questo non significa che il Governo italiano non si fosse preoccupato già da tempo dei suoi prigionieri: risaliva infatti all’aprile 1944 l’istituzione dell’Alto commissariato per i prigionieri di guerra e gli internati. Con la fine della guerra le funzioni di tale organismo passano al Ministero per l’Assistenza post bellica sotto il Governo Parri. In ogni caso i meccanismi burocratici degli enti addetti e la relativa disorganizzazione, unitamente alle motivazioni riportate poco sopra, si traducono nell’amara constatazione che il reinserimento nella società italiana – riguardante centinaia di migliaia di individui – risulta tutt’altro che sereno:

«In tutte le guerre c’è stato il problema del reinserimento, la difficoltà di superare una esperienza traumatica, il prolungato distacco dalla vita normale; per i reduci della Seconda guerra mondiale tale sentimento si acuì ed essi finirono per diventare persone ‘scomode’, politicamente da eclissare, che ricordavano con la loro presenza e i racconti l’avventura bellica sconsiderata del fascismo e la sconfitta del Paese. Si decise perciò di non dare troppa pubblicità e lasciare che il tempo portasse tutto nell’oblio» (Giusti, Rodrigo editore, p. 93).

Occorre però a questo punto domandarsi quale fosse, nello specifico, l’iter che accompagna il ritorno dei prigionieri, una volta giunti sul territorio italiano. Se gli ex prigionieri con patologie vengono ricoverati nelle strutture ospedaliere, coloro che risultano in salute – tra ufficiali e sottufficiali in servizio permanente all’8 settembre 1943 – vengono sottoposti ad interrogatori ad opera di commissioni ad hoc. Questi interrogatori consentono, tra le altre cose, di liquidare le pendenze amministrative nei confronti dei prigionieri, di stabilire se essi avessero o meno diritto al congedo, o se dovessero invece essere re-impiegati. Le condizioni vissute in prigionia non paiono rientrare nell’interesse delle commissioni, che anzi, si concentrano più sulla condotta mantenuta dai soldati stessi, prima e dopo la cattura: «i reduci vennero interrogati sulle circostanze della resa e non sulle vicende della prigionia e le loro magre spettanze furono decurtate da quote per il “vitto e alloggio” di cui avevano fruito in terra nemica» (Rochat, 1988, p.7).

I reduci dai campi dunque non solo faticano a trovare lavoro, sentendosi ignorati dall’Italia per la quale hanno combattuto e sofferto la prigionia, ma devono anche sottostare alle accuse ed ai processi delle magistrature militari ben oltre la fine della guerra. In particolare ciò che interessa l’esercito italiano post-bellico è la ricostruzione delle vicende in cui militari italiani sono stati catturati dagli alleati, per capire ad esempio se si sia trattato di resa necessaria o “cercata”, o l’analisi dei casi di quanti erano accusati a vario titolo di diserzione, magari per fatti risalenti proprio al periodo detentivo. Paradossalmente, al culmine di un periodo di prigionia che aveva spesso leso la psiche e la salute dei militari italiani (la tubercolosi è uno dei gravosi lasciti dei campi francesi in Nord Africa) questi, oltre a non essere accolti come si sarebbero aspettati dai propri connazionali, finiscono sovente per essere oggetto di accuse da parte dell’esercito che avevano servito. Chi viene riconosciuto colpevole – con le varie distinzioni dei singoli casi – può andare incontro a diverse situazioni, che dipendono dalla gravità dell’accusa: dalla perdita delle indennità spettanti a periodi detentivi. Se consideriamo la situazione italiana tra il 1943 ed il 1945 e l’esito finale della guerra – vittoria alleata, sconfitta del fascismo e rinascita della democratica italiana – i militari reduci dai campi alleati sembrano pagare a caro prezzo anche colpe che non possono aver commesso.

Testo a cura di Luca Zanotta

FONTI

Fonti d’archivio

Bibliografia

F. Conti, I prigionieri di guerra italiani: 1940-1945, Bologna, Il Mulino, 1986

M. T. Giusti, Gli internati militari italiani: dai Balcani, in Germania e nell’Urss. 1943-1945, Rodrigo editore

I. Insolvibile, Wops. I prigionieri di guerra italiani in Gran Bretagna (1941-1946), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012

G. Rochat, I prigionieri di guerra, un problema rimosso, in «Italia contemporanea», giugno 1988, n. 171

Sitografia

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