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Prigionieri in fila per essere suddivisi nei diversi gruppi di lavoro – Campo di prigionia a Murchison, Victoria (Australia)
Le condizioni di vita di un prigioniero militare dipendono da molteplici fattori, ma probabilmente ciò che differenzia principalmente una “buona prigionia” da una “cattiva prigionia” è la natura di colui che svolge la parte del carceriere. Quel che però è certo, è che i prigionieri di una nazione belligerante devono essere – o meglio dovrebbero – essere tutelati da precise norme riportate in particolare nella Convenzione di Ginevra. Eppure, tra la consapevolezza dell’esistenza di un diritto e la sua applicazione la distanza è considerevole. I militari italiani durante il Secondo conflitto mondiale vivono una condizione particolare: entrati in guerra contro gli Alleati si trovano poi a far parte di una nazione che degli alleati diventa “cobelligerante”, a partire dal fatidico autunno del 1943, schierati contro i tedeschi, al fianco dei quali, invece, erano scesi in guerra. Questa condizione anomala si è tradotta dunque nell’eventualità per i soldati italiani – si vedrà, per niente remota – di cadere prigionieri di nazioni estremamente diverse tra loro, come Stati Uniti, Germania, Russia, Inghilterra, o di realtà quali la Francia Libera.
Gli studi storici e le memorie di coloro che tornarono dai campi ci restituiscono quindi le situazioni più diverse.
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Per quanto riguarda la sorte degli Internati militari italiani nei territori controllati dai tedeschi, passati alla storia come IMI, abbiamo numerosi dettagli, ed anche per i prigionieri dei sovietici disponiamo di importanti informazioni, nonostante una certa approssimazione nei numeri; se prendiamo invece in considerazione i prigionieri degli anglo-americani e delle truppe della Francia libera abbiamo delle condizioni di prigionia molto differenti tra loro, esplicative delle considerazioni “morali” o delle strategie politiche messe in atto dai diversi paesi. Cadere nelle mani degli inglesi o degli americani era considerato preferibile rispetto a quanto non fosse diventare prigionieri dei francesi. Ma per quale motivo esistono delle così grandi differenze tra l’essere sottoposti alla prigionia francese o a quella americana? Le ragioni sono varie, ad esempio riguardano le risorse materiali delle quali un paese dispone per il mantenimento dei prigionieri, o il loro valore sul piano “politico”, cioè in eventuali trattative con gli stati cui i prigionieri appartengono. Vi sono poi fattori più umani, come ad esempio le considerazioni morali sull’appartenenza dei prigionieri ad una nazione piuttosto che ad un’altra. Se prendiamo come esempio il trattamento riservato dai francesi ai soldati detenuti nei loro campi emerge chiaramente il risentimento nei confronti degli italiani, accusati di aver attaccato alle spalle la Francia nel giugno del 1940.
Dal canto loro, invece, gli americani non sembrano nutrire particolare astio nei confronti del nostro Paese e dunque il trattamento dei prigionieri è sensibilmente migliore ed appare caratterizzato da intenti “pedagogici”, volti cioè a dimostrare e trasmettere la superiorità della democrazia sui regimi totalitari. Anche in questo caso diverse sono le ragioni: gli americani hanno maggior disponibilità di risorse, non sperimentano gli effetti della guerra sui propri territori; sono poi forti i legami tra i due paesi e ciò è evidente anche nei numeri che caratterizzano la grande comunità italo-americana negli USA. Bisogna poi considerare i motivi di carattere pratico: i paesi anglosassoni trattano bene i prigionieri poiché temono che, in caso contrario, possano peggiorare le condizioni dei propri connazionali detenuti nei campi tedeschi o italiani. Appare chiaro che le ragioni del trattamento dei prigionieri di guerra italiani risentano molto delle motivazioni politiche, in particolare a partire dal settembre 1943: l’armistizio firmato dall’Italia, ed il successivo status di paese cobelligerante degli alleati, influisce sul destino dei prigionieri, i quali verranno divisi tra cooperatori e non cooperatori. Altro fattore importate è costituito poi dalle ragioni di ordine economico, che ad esempio spingeranno l’Inghilterra a condurre sul proprio territorio un grandissimo numero di prigionieri italiani da impiegare principalmente in agricoltura. Se inglesi e americani sembrano comunque seguire una semplice formula basata su costi-benefici, secondo la quale, più un prigioniero è in buone condizioni e più aumenta la sua produttività, lo stesso assolutamente non vale nei campi amministrati dai francesi. La detenzione nei campi gollisti – o degollisti – è durissima e l’importanza attribuita alle condizioni di vita dei prigionieri italiani è scarsa; solo nelle marce di trasferimento verso i campi – centinaia di km sotto il sole e con poca o pochissima acqua – gli episodi di uccisioni indiscriminate non sono affatto rari. Inoltre, all’arrivo i prigionieri sono spogliati di ogni bene personale, dalle penne stilografiche ai teli da tenda. La vita qui è segnata generalmente da un’alimentazione insufficiente e da un’altrettanta insufficiente presenza di servizi; anche se i campi in questo differiscono spesso tra loro. Non è affatto raro l’utilizzo di punizioni corporee, delle quali arrivano testimonianze particolarmente dure, come quella di un reduce del campo 26 di Mechra-Benabbou:
La punizione di norma era il “Tombeau”, un modo di tortura in uso presso la Legione Straniera, che consiste nello stendere il punito a terra sotto una piccola tenda non più alta dal suolo di quaranta centimetri. Il solleone rende il piccolo ambiente simile a un forno ove il disgraziato si crogiola nella disperata attesa di un goccio d’acqua […] il “tombeau” aveva termine verso il tramonto, ma non era ancora finito per il punito. Un sergente francese […] assegnava a ciascun prigioniero in sua custodia un sacco nel quale era stata introdotta una certa quantità di ghiaia. […], con lo scudiscio in una mano e la pistola nell’altra, ordinava ai puniti di girargli attorno con il loro sacco di ghiaia sulle spalle. Essi venivano invitati ad aumentare sempre più la velocità, mentre egli urlava inferocito alla stregua di un domatore fra le belve, lasciando cadere di tanto in tanto lo scudiscio sulle gambe di chi si attardava e sparando colpi di pistola in aria a scopo intimidatorio. Questo sino al momento in cui quegli sventurati si afflosciavano al suolo stremati di forza. (Giannasi, 2019, p. 238)
Testo a cura di Luca Zanotta
FONTI
Fonti d’archivio
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Bibliografia
F. Conti, I prigionieri di guerra italiani: 1940-1945, Bologna, Il Mulino, 1986
A. Giannasi, I militari italiani nei campi di prigionia francesi: Nord Africa 1943-1946, Lucca, Tralerighe, 2019
I. Insolvibile, Wops. I prigionieri di guerra italiani in Gran Bretagna (1941-1946), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012
Sitografia
Passato e Presente: Prigionieri nella II Guerra mondiale, video pubblicato sul portale Rai Play: www.raiplay.it consultato il 23/6/2024.
Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti, IMI, articolo pubblicato sul sito deportati.it consultato il 25/6/2024
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