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Ex prigionieri italiani
Il Ministero dell’assistenza postbellica, retto da Emilio Lussu, precisava nel dicembre 1945 che non era “possibile né opportuno distinguere tra combattenti e non combattenti” e che quindi i criteri adottati per l’assistenza ai reduci “si basavano non sui meriti acquisiti sui campi di battaglia, ma sul danno che i militari [avevano] ricevuto a causa della lunga permanenza sotto le armi”. Di conseguenza i reduci si videro riconosciuto soltanto il diritto a un’assistenza minimale e non di rado mortificante (cure sanitarie e piccole pensioni agli invalidi). (Rochat, 1988, p.8)
La nuova condizione di disagio riscontrata al rientro in patria e il bagaglio di sofferenze fisiche e mentali dei reduci si sommano a questioni più concrete riguardanti le misure economiche aventi come obiettivo la loro assistenza. Il malcontento degli ex prigionieri – ma più generalmente dei reduci di guerra, categoria entro la quale vengono fatti rientrare pure gli ex partigiani – trova le sue radici anche nella disorganizzazione e in quelle che sono giudicate essere le mancanze delle istituzioni dell’Italia dell’immediato dopoguerra. I temi che animano le prime proteste degli ex combattenti sono vari ma ne possiamo segnalare due legati ad aspetti concreti: la questione delle pensioni e il fenomeno della disoccupazione, la quale interessa molti ex soldati di quello che era stato il Regio esercito. Per quanto riguarda la questione delle pensioni di guerra, le pratiche per la loro gestione sono portate avanti con estrema lentezza ed anche quando vengono risolte finiscono per essere giudicate inadeguate. Inizialmente esse spettano agli ex combattenti che possiedono «un’invalidità pari almeno al 30% della capacità lavorativa» (Masina, 2016) ma con il tempo questi limiti si allargano e vengono a comprendere individui diversi, come ad esempio i civili, i combattenti della Repubblica Sociale Italiana o i reduci della Guerra civile spagnola. Al 1950 la cifra impegnata per l’erogazione delle pensioni di guerra da parte dello Stato italiano ammonta a circa 64 miliardi, rivelandosi di fatto insufficiente a coprire le necessità di quelli che sono stimati essere gli aventi diritto, ovvero oltre 800.000 individui. La questione dell’invalidità riguarda chiaramente un grande numero di ex prigionieri – anche tra coloro che finiscono nelle mani degli alleati – e si manifesta ad esempio attraverso asma, patologie intestinali, tubercolosi e disturbi psichici.
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La forte disoccupazione spinge poi gruppi di reduci a manifestazioni che sono in aperta contrapposizione con quelle che gli operai portano invece avanti contro i licenziamenti. Si tratta di episodi che talvolta si risolvono in aperti scontri con le forze dell’ordine od anche nella momentanea invasione degli ambienti di lavoro o degli uffici delle industrie. Al di là delle pulsioni che animano queste manifestazioni – non politiche ma perlopiù legate a necessità materiali – i reduci tengono a spiegare i motivi del loro malcontento e la stampa in questo senso si rivela uno strumento utile, capace di dare spazio a discorsi più ampi e profondi che analizzano non solo la condizione di disagio sociale sperimentata, ma anche le considerazioni nei riguardi di una politica che lascia in definitiva indifferenti o sospettosi molti tra coloro che avevano servito nell’esercito. Gli ex militari vittime di prigionia creano i primi comitati volti alla tutela degli interessi della loro categoria già nel novembre 1944 attraverso l’istituzione del CRP – Comitato reduci dalla prigionia. L’associazionismo dei reduci dei campi prende forma sia per rimarcare la particolare condizione dei suoi aderenti ma anche per rappresentare adeguatamente le loro richieste dinanzi ad uno Stato che non affronta il problema del reinserimento nella società in modo adeguato: al 1949 risale la fondazione dell’Associazione nazionale reduci dalla prigionia. Questi discorsi non devono far pensare che le istituzioni italiane avessero volutamente optato per non investire nell’assistenza ai reduci, ma più probabilmente che non avessero le risorse e i metodi per riuscire nell’impresa.
Il combattente che fosse tornato dal fronte o dalla prigionia doveva essere riassunto al posto di lavoro che aveva lasciato, oppure obbligatoriamente assunto in un ente pubblico o privato, e se invalido (in parte o del tutto) aveva inoltre diritto a ricevere un vitalizio. Molto di rado questo schema veniva applicato in maniera così lineare. (Masina, 2016)
Nonostante i buoni propositi, l’alto numero delle domande e la scarsità delle risorse impiegate spingono ad attuare prevalentemente una selezione per reddito: la fruizione dei vantaggi viene riservata a coloro che hanno redditi bassi e devono sostenere famiglie numerose. Anche per quanto riguarda le posizioni lavorative la situazione reale non rispetta sovente quanto stabilito dalla teoria, tra lungaggini e disorganizzazione burocratica o scarsa efficacia dei concorsi pubblici. Accanto alla disorganizzazione poi vi sono gli stratagemmi dei capi, i quali magari non intendono licenziare i propri dipendenti per sostituirli con degli individui che hanno lasciato il loro posto anni prima a causa della chiamata alle armi; non si tratta in questo caso di affezione ai propri sottoposti ma di considerazioni di ordine economico: un lavoratore già sul posto è integrato nel sistema, conosce le sue mansioni e non ha i traumi alle spalle di un ex combattente. L’assistenza ai reduci si rivela in definitiva se non del tutto insufficiente, perlomeno mediocre e comunque incapace di aiutare concretamente tutti coloro che ne avrebbero il diritto. I reduci dei campi, provati nel fisico e addolorati dall’indifferenza generale del paese, trovano un qualche sostegno alle proprie rivendicazioni nelle forme dell’associazionismo, ma generalmente si chiudono in un volontario silenzio. Alcune misure legislative vengono attuate nel corso del tempo per risolvere mancanze ed errori del passato, tuttavia gli ex soldati italiani si avviano nel frattempo ad essere riassorbiti, senza troppo rumore, nella società italiana, in forte ripresa dopo gli anni bui della guerra.
Testo a cura di Luca Zanotta
FONTI
Fonti d’archivio
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Bibliografia
I. Insolvibile, Wops. I prigionieri di guerra italiani in Gran Bretagna (1941-1946), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012
G. Rochat, I prigionieri di guerra, un problema rimosso, in «Italia contemporanea», giugno 1988, n. 171
F. Masina, La riconoscenza della nazione: i reduci italiani fra associazioni e politica (1945-1970), Le Monnier, 2016 (consultato in versione e-book)
Sitografia
Portale dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, consultato il 29/06/2024